Tra falsi e nuovi domini, il vino italiano chiede di essere tutelato

sangiovese bicchierIl vino di qualità, italiano ed europeo, chiede di essere più tutelato, in rete e nei mercati, ma il percorso sembra tutto in salita.
Tra Unione Europea e Stati Uniti continua, infatti, il braccio di ferro sull’attribuzione dei nuovi domini web ‘.vin’ e ‘wine’ proposti dall’Icann, l’organismo mondiale che li regola. Da una parte gli Usa che, difendendo la loro industria di internet, sostengono la libertà assoluta in rete; dall’altra gli europei che chiedono il rispetto della proprietà intellettuale e una regolamentazione del web. “Internet non é una zona di non diritto. Tutti gli interessi devono essere presi in considerazione, in particolare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale” – afferma Riccardo Ricci Curbastro, presidente della Federazione europea dei vini d’origine e dell’italiana Federdoc – sottolineando che così, ad essere difese, sono tutte le indicazioni geografiche, comprese quelle americane.
Ma gli Stati Uniti non sembrano essere troppo sensibili su questo tasto e dopo il fallimento della riunione dell’Icann nel novembre scorso a Buenos Aires, i negoziatori guardano con speranza alla prossima che si terrà a fine marzo a Singapore. In quell’occasione verrà presentato un parere legale sulla protezione delle indicazioni geografiche e l’auspicio è di sbloccare le trattative e trovare un compromesso. Ma quella dei nuovi domini non è l’unica preoccupazione per il settore.
Il vino italiano piace, evoca territori amati ed apprezzati in tutto il mondo e, sull’onda del successo, le imitiazioni si sprecano. All’estero sugli scaffali si mettono in mostra bottiglie di “Pol secco” e “Kressecco”, di Barbera rumeno, incredibilmente bianco, e di Chianti made in Usa e sul web si può acquistare il kit per il “barolo fai da te”. Vere e proprie truffe per i consumatori e un danno enorme per i nostra produttori, anzi due come ha sottolineato ancora Ricci Curbastro, “uno economico per gli acquisti di falso Made in Italy al posto del vero; l’altro è la banalizzazione, la perdita del valore di un simbolo di qualità costruito nel tempo”.
L’unica difesa possibile, al momento, sarebbe registrare il marchio, ma farlo “costa circa 200mila euro l’anno a cui va aggiunto un importo che si aggira su un milione di euro l’anno per la difesa legale – ha sottolineato il presidente di Federdoc – Una cifra considerevole che gli imprenditori devono togliere dalle strategie di internazionalizzazione” e che, comunque, ben pochi, considerate le dimensioni della maggioranza delle aziende vitivinicole italiane, possono permettersi.

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