Un coro di no per lo yogurt fatto con latte concentrato

Ieri la Commissione agricoltura della Camera ha dato parere favorevole al recepimento di una direttiva Ue sull’utilizzo per la produzione dello yogurt di aluni tipi di latte conservato parzialmente o totalmente disidratato. Il parere è però condizionato al fatto che “sia garantito che le procedure di concentrazione del latte escludano nel modo più tassativo l’uso del latte in polvere”.
Una blindatura della legge 138 resa così ancora più stringente perchè si esclude l’uso del latte in polvere, secondo il presidente della Commissione, Paolo Russo, e quindi un passo avanti sulla strada della sicurezza alimentarre. Un freno – secondo Sebastiano Fogliato, vicepresidente dei deputati della Lega Nord e componente della Commissione – ai desideri dell’industria che puntava a poter utilizzare il latte in polvere.
Ma a pensarla così non sono in molti.
“La decisione adottata dalla Commissione Agricoltura non ci piace proprio per nulla” dicono Federconsumatori e Adusbef perchè comporterà competizione sleale, provocherà danni alle imprese nazionali e i consumatori saranno costretti a scegliere tra prodotti che avranno la medesima denominazione commerciale, ma proprietà differenti.
“La frittata è fatta: hanno vinto i grandi trasformatori– afferma Franco Manzato, assessore all’agricoltura del Veneto, che non nasconde il suo disappunto e dice “abbiamo spalancato le porte ad una ulteriore importazione dall’estero di derivati del latte, a danno esclusivo dei nostri allevatori”.
La modifica della norma viene giustificata con la necessità di ridurre i costi di trasporto, senza considerare tuttavia il forte impatto che ha sulle caratteristiche qualitative del prodotto in vendita e secondo Coldiretti quella dello yogurt fatto con latte concentrato “è una novità di cui in Italia non si sentiva il bisogno”. Sicuramente non è in gioco la sicurezza – afferma l’organizzazione agricola- ma l’impiego di additivi antiossidanti e stabilizzanti per la conservazione del prodotto rendono il prodotto finale diverso da quello conosciuto”.
Timori che condivide anche la Cia – Confederazione italiana agricoltori, secondo la quale si rischia di dare un duro colpo al settore lattiero-caseario nazionale e alle sue produzioni di alta qualità in un momento in cui il comparto vive una fase molto difficile.
Senza contare il danno per i consumatori che vedono compromessa la garanzia di salubrità e qualità del prodotto finito, visto che la mancanza dell’etichetta d’origine sui prodotti trasformati non consente a chi compra di avere la piena tracciabilità della materia prima. In questo modo – conclude la Cia – si possono mettere in pericolo i consumi di un prodotto che da tempo sta registrando uno straordinario successo con un giro d’affari che, solo nel 2010, ha superato quota 1,7 miliardi di euro e che, nel 2011, ha continuato a crescere.

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