Vendemmia 2012 “annata scuola” per la viticoltura in crisi d’acqua

Dopo ben tre eventi siccitosi eccezionali occorsi nell’ultimo decennio nel 2003, tra il 2006 e il 2007 e nel 2012, nonché la previsione degli esperti di un aumento in futuro delle annate secche causa il riscaldamento globale in atto, i viticoltori sono sempre più obbligati a ripensare le strategie da attuare nei prossimi anni per salvaguardare la produzione. “La vendemmia 2012 è stata sicuramente una delle più difficili degli ultimi dieci anni, siccità ed alte temperature fra luglio e agosto hanno messo in pericolo l’intero raccolto in alcune regioni vitivinicole d’Italia ma in Valpolicella siamo riusciti a contenere i danni, avvenuti a macchia di leopardo, grazie all’irrigazione”, – conferma Daniele Accordini – enologo e direttore di Cantina Valpolicella Negrar.
“Temevamo in ogni caso i risultati di quest’annata così siccitosa ma, grazie a un sapiente lavoro in vigna e, per le uve appassite, all’uso di un’adeguata tecnologia nel processo di appassimento, le prime vinificazioni hanno attenuato se non smentito le nostre preoccupazioni – aggiunge Accordini – avremo un Valpolicella Classico con colori buoni anche se non intensissimi, con note evidenti di ciliegia e marasca, dal corpo sottile, molto elegante e speziato”. Per quanto riguarda l’Amarone – conclude Accordini – il millesimo 2012 sarà un vino più moderno, sottile ed elegante, con un quadro aromatico di facile comprensione dove note speziate ed eteree lasceranno spazio a note di frutta matura e ciliegie sottospirito”.
Se in futuro avremo estati sempre più torride, anche territori come la Valpolicella, al momento ricchi d’acqua, devono pianificare sin d’ora strategie per fronteggiare casi di prolungata siccità e favorire il risparmio idrico. A questo proposito, Claudio Oliboni, tecnico di campagna di Cantina Valpolicella Negrar, forte della propria esperienza, propone cinque soluzioni che guardano anche al recupero delle tradizioni vitivinicole del territorio: prolungare l’età delle viti, far attenzione alla densità d’impianto, ottimizzare l’irrigazione, effettuare lavorazioni superficiali del suolo e gestire con attenzione l’inerbimento del vigneto. Vediamole in sintesi.
Età delle viti e densità d’impianto. “Come è noto – spiega Oliboni – le piante vecchie sopportano meglio la carenza idrica rispetto agli impianti giovani grazie all’apparato radicale ben sviluppato, dovuto sia all’età sia al fatto che si trovano in un contesto di impianti con ridotta densità, da 2.300 a 2.700 ceppi ad ettaro, e perciò sono meno in competizione tra loro, contrariamente agli impianti realizzati di recente che hanno una densità superiore ai 3.300 ceppi per ettaro. Quindi – continua Oliboni, pensiamoci bene prima di estirpare totalmente un vigneto e nei nuovi impianti, meglio privilegiare la scelta di portinnesti con sviluppo radicale fittonante e non andare oltre la densità minima prevista dal disciplinare di produzione, salvo che negli impianti a Guyot dove, per ragioni produttive, si possono raggiungere i 4.000 ceppi ad ettaro”.
Ottimizzare l’irrigazione. “Dopo anni di esperienze nelle diverse aree viticole mondiali – racconta Oliboni – il migliore sistema di irrigazione risulta essere quello sotterraneo seguito dall’irrigazione a goccia, quest’ultimo, il metodo già più adottato in Valpolicella”.
Lavorazioni superficiali del suolo e buona gestione delle interfile. “Lungo i filari, la scalzatura e rincalzatura, oppure fresatura o ancora zappatura, eseguite più volte nel corso della stagione estiva, oggi con mezzi meccanici, sono tecniche adottate da secoli nelle aree agricole più esposte alla siccità, compresa la Valpolicella – spiega Oliboni -, perché preservano la disponibilità idrica del suolo e migliorano in generale lo sviluppo vegetativo del vigneto, favorendo lo sviluppo in profondità dell’apparato radicale.
Inerbimento. “A parte in alcuni terreni molto sciolti e ciottolosi, le interfile, cioè lo spazio compreso tra un filare e l’altro del vigneto, dovrebbero essere lasciate inerbite quanto più a lungo possibile – conclude Oliboni – perché questo favorisce il formarsi di uno strato di sostanza organica che protegge il suolo e genera un ambiente favorevole alla proliferazione degli insetti utili al controllo dei fitofagi”.

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