Vinitaly scommette sull’export e le aziende chiedono meno burocrazia

bonardaVinitaly, la manifestazione fieristica più importante al mondo per il vino italiano, ha aperto i battenti e fino a mercoledì rappresenterà la vetrina per consumatori e buyer. Con 4.200 espositori provenienti da 20 Paesi, il comparto vitivinicolo italiano conferma Verona come piazza privilegiata per il business. Ma il segnale che è fortemente emerso dall’inaugurazione della 47ª edizione di Vinitaly (7-10 aprile), moderata da Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del TG1 Rai, è che serve una scossa al sistema Italia, per consentire alle imprese di ripartire. Tagliando innanzitutto una burocrazia soffocante, che, secondo diversi calcoli, «pesa» per 100 giorni lavorativi, 6 centesimi a bottiglia, due chilogrammi di carta per ogni litro di vino che si sposta sull’asse produttore-consumatore.
«Il ruolo delle fiere è strategico – ha affermato il presidente di Veronafiere, Ettore Riello – e non si può dimenticare che complessivamente durante le fiere si chiudono accordi per circa 60 miliardi di euro di fatturato e dalle fiere internazionali passa il 15 per cento dell’export italiano. Questo è emerso chiaramente anche da un recentissimo sondaggio ISPO su un campione di 400 imprenditori ci dice che il 94 per cento delle imprese interpellate considera le fiere il canale più efficace per promuovere le proprie attività all’estero».
In questa ottica Veronafiere, ricorda Riello, «ha stretto accordi strategici con Sace e Simest e, in questa edizione di Vinitaly, ospita una importante delegazione del commercio estero cinese, perché, restando in ambito vitivinicolo, con 384mila aziende e un fatturato aggregato di 10 miliardi di euro, l’export rappresenta 4,7 miliardi, cioè il 50 per cento del totale, contro una media europea del 18 per cento».
In un momento di così grande difficoltà, ha proseguito Riello, «effettivamente questo è un settore che sta andando meglio di altri, registrando un incremento su quello che è il numero degli addetti».
Numeri che proiettano l’Italia primo produttore mondiale di vino e Verona, con Vinitaly, «la città simbolo del vino, in cui il vino è inserito nella vita della città», come ha ricordato il sindaco di Verona, Flavio Tosi. Non solo, anche perché Verona, rappresenta il 45 per cento del panorama fieristico agroalimentare in Italia.
Uno scenario positivo per il vino, «cresciuto del 5 per cento nell’ultimo anno, che però ha bisogno di aiuto, anche dall’Unione europea, ma non sotto forma di aiuti a pioggia», ha affermato il governatore della Regione Veneto, Luca Zaia. Il governatore del Veneto ha citato come esempio il Prosecco, «la cui produzione, grazie all’allargamento dell’area di coltivazione, è passata da 160 a 453 milioni di bottiglie; ora vediamo i francesi dello champagne nello specchietto retrovisore».
Se nel mirino c’è l’export, con i grandi vini a fare da apripista per il made in Italy, è chiaro che servono parallelamente sforzi per ridare al settore agroalimentare la centralità che merita, rappresentando il primo settore in chiave di Pil europeo. «Serve un’inversione di rotta – ha spiegato il vicepresidente della Commissione europee, Antonio Tajani – perché quattro milioni di imprenditori italiani devono contare di più in Europa. Per questo vigilerò che i debiti pregressi della Pubblica Amministrazione vengano pagati».
Per promuovere l’export bisognerà anche sconfiggere la piaga della contraffazione che, ha proseguito Tajani, «danneggia il cuore delle imprese, la salute dei consumatori e il sistema imprenditoriale, a vantaggio nove volte su dieci della malavita. Come Commissione europea stiamo cercando di stringere un accordo con la filiera agroalimentare dell’Ue, ma se questo non sarà possibile sarò costretto a intervenire, unitamente al commissario Cioloş, per via legislativa».
Contro la burocrazia è intervenuto anche il ministro per le Politiche agricole, Mario Catania. «In tema di semplificazioni resta moltissimo da fare – ha sostenuto Catania – Il governo Monti ha fatto partire il processo tra mille difficoltà, ma le riforme fatte sono parziali e c’è molto cammino da fare».
Molto positiva l’attenzione di Vinitaly all’export e anche alla Cina. Un mercato, come ha confermato il ministro Catania, «nel quale c’è un grande spazio che si apre. Siamo fortissimi sui mercati storici, come Usa e Germania, ma siamo indietro nei nuovi mercati come Asia e Cina. Dobbiamo lavorare per recuperare terreno, dobbiamo fare meglio sistema, e non disperdere le risorse».
Poi, spazio a questioni più tecniche, come la liberalizzazione del diritto di impianto dei vigneti. «E’ uno scenario che abbiamo alle spalle – ha puntualizzato il ministro –. Abbiamo un percorso davanti in cui la regolamentazione resterà per non destabilizzare il comparto e per non delocalizzare il vigneto dalla collina alla pianura. A Bruxelles abbiamo ottenuto la conferma della dotazione finanziaria per la promozione, sono per l’Italia quasi 400 milioni su base annua di risorse destinate all’Ocm vino nell’arco di sette anni, che sono quelli della prossima programmazione della Pac».
Più difficile, invece, la risoluzione del problema dello zuccheraggio del vino, «dove ci siamo dovuti accontentare a livello europeo di qualche progresso, non di più».

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